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Paragrafo 2 . Gli imperi asiatici fra grandezza e decadenza.

     
Estendendo   progressivamente  la  propria  egemonia  commerciale   ed
impiantando  in tutto il mondo centri missionari, gli europei  avevano
dimostrato  un dinamismo economico e religioso superiore a  quello  di
tutte le altre popolazioni del globo.
     Gli  imperi  asiatici,  anche se tuttora potenti  per  ricchezze,
popolazione  ed  ampiezza,  cominciarono  a  mostrare  nel  corso  del
Settecento  i  primi  segni  di cedimento di fronte  all'espansionismo
occidentale.
     L'impero  turco,  per  quanto  ancora  ben  radicato  sul   suolo
europeo,  perse  progressivamente lo  slancio  politico,  economico  e
militare  che  nel 1688 gli aveva permesso di arrivare alle  porte  di
Vienna.  La  pratica  adottata dai sultani di  ritirarsi  dal  governo
diretto  dell'impero, affidandone il comando ad una figura  di  minore
carisma,  il gran visir, fece perdere compattezza all'intero organismo
statale,  mentre  i rari tentativi di riforma e di modernizzazione  ad
imitazione  dell'Occidente  venivano  ostacolati  da  rivolte   e   da
insubordinazioni. L'economia turca, bench potesse contare su popolose
ed  attive citt, cominciava a risentire gli effetti dello spostamento
del  traffico commerciale mondiale dagli itinerari terrestri a  quelli
marittimi.
     Anche  sul piano militare i turchi segnarono il passo e dovettero
procedere  ad  un  lento,  ma  inesorabile arretramento  davanti  alle
offensive  lanciate, isolatamente o uniti in lega, dagli Asburgo,  dai
russi  e  dai  veneziani.  Le  due  paci  di  Karlowitz  (1699)  e  di
Passarowitz  (1718)  sancirono  per i  turchi  la  perdita  definitiva
dell'Ungheria  e  quella  provvisoria della  Bosnia  e  della  Serbia,
lasciate  agli  austriaci, oltre che della  Dalmazia  e  della  Morea,
concesse  ai veneziani. Riappropriatosi successivamente della  Bosnia,
della  Serbia e della Morea, l'impero turco, a partire dalla met  del
Settecento,  ebbe nella Russia l'avversario pi forte  e  determinato,
che  fin  per  sottrargli la Crimea, una penisola di notevole  valore
strategico protesa sul mar Nero.
     Ad  oriente  i  turchi  trovarono un duro avversario  nell'impero
persiano  dei  Safawidi (1501-1736), una dinastia che  aveva  reso  di
nuovo   il   paese   indipendente  dopo  secoli  di   dominio   turco,
appoggiandosi alla corrente pi mistica dell'Islamismo, quella sciita,
tenacemente  contrapposta  alla  sunnita,  praticata  dai  sultani  di
Istanbul.
     In  India  le  compagnie  commerciali portoghesi  e  olandesi,  e
successivamente  anche  quelle inglesi e francesi,  si  erano  trovate
davanti  l'impero  Moghul,  o del Gran Mogol,  fondato  nel  1526  dal
conquistatore musulmano Babur, popolato da ottanta milioni di abitanti
e  ancora  potente. Per tutto il Seicento gli europei si erano  dovuti
limitare  pertanto a controllare i porti e i centri commerciali  della
costa,  verso i quali affluivano le spezie, i diamanti e i tessuti  di
cotone pi pregiati del mondo.
     Tra  il  Seicento e il Settecento l'impero del Gran Mogol si  era
avviato verso una inarrestabile decadenza, provocata soprattutto dalla
frattura religiosa e culturale creatasi fra musulmani e ind, causa di
continui attriti ed incomprensioni.
     
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     Gli   imperatori,  di  fede  islamica,  avevano   alternato   nei
confronti  delle popolazioni di religione ind generose concessioni  a
feroci  repressioni, determinando da parte loro una serie ininterrotta
di sollevazioni. Nel corso del Settecento, imperatori Moghul di scarsa
capacit politica avevano perso progressivamente il controllo di  gran
parte  del loro dominio, limitandosi a governare un modesto territorio
intorno alla capitale Delhi.
     Inglesi  e  francesi, che costituivano le due  forze  commerciali
preponderanti,  si  erano inseriti abilmente  in  questo  processo  di
disgregazione, appoggiando ora l'uno ora l'altro degli stati regionali
cos  formatisi, ed avevano finito per portare anche sul suolo indiano
le   guerre  europee.  Durante  quella  dei  Sette  anni  (1756-1763),
l'Inghilterra  aveva  sconfitto  a Plassey  il  sultano  del  Bengala,
alleato   dei  francesi,  e  si  era  attestata  in  quella   regione,
eliminandone  l'influenza francese. Era quello il primo  caposaldo  di
una  dominazione  politica  ed economica, che  in  un  secolo  avrebbe
consegnato l'intera penisola indiana alla corona inglese.
     Molto  pi  difficoltosa fu la penetrazione  europea  nell'impero
cinese.  Ancora nel secolo diciottesimo esso rappresentava, per  molti
aspetti,  la forma di civilt pi raffinata del globo, cos  come  era
gi apparso, mezzo millennio prima, agli occhi di Marco Polo.
     Nel  1644 il potere era passato dalla dinastia dei Ming a  quella
dei  Qing,  pi  nota  come Manci, proveniente  dalla  settentrionale
Manciuria  e  di  stirpe  mongola. Essa, che  aveva  guidato  l'ultima
invasione  di  una  popolazione nomade e si era  insediata  sul  trono
approfittando  dei torbidi e delle rivolte scoppiate  nella  Cina  dei
Ming,  avrebbe conservato il regno fino all'avvento della  repubblica,
nel 1912.
     I  Manci  seppero integrarsi in fretta con la cultura  cinese  e
procedettero   ad   un  ulteriore  allargamento  dell'impero   tramite
conquiste  ed  annessioni, fino a governare un immenso  territorio  di
dodici  milioni di chilometri quadrati, abitato da una popolazione  in
costante crescita, gi superiore a quella europea.
     L'amministrazione  rimase  comunque  nelle  mani  dei  cosiddetti
"mandarini"  (dal portoghese mandarim, consigliere); questi  formavano
un  apparato di funzionari-intellettuali che da secoli costituivano la
base   del  potere  imperiale  cinese.  Nel  difendere  le  tradizioni
religiose  e  culturali ispirate al Confucianesimo, essi frenavano  le
spinte  innovatrici e modernizzanti provenienti dall'esterno. Cos  il
ceto  mercantile,  pur presente e ramificato, rest  emarginato  dalle
scelte   politiche   ed  economiche.  Gli  uomini  d'affari   europei,
considerati  alla  stregua di "barbari" e diffidati  dall'entrare  nel
paese,  dovevano limitarsi ad effettuare le loro attivit  commerciali
direttamente sulle navi - i portoghesi nel porto di Macao, gli altri a
Canton  -,  dove  venivano  visitati dalle corporazioni  dei  mercanti
locali. Anche i gesuiti, che in un primo tempo erano stati accolti con
un  certo  favore  ed  avevano saputo adattare i riti  cristiani  alla
cultura  cinese, finirono per essere cacciati a causa della  crescente
intolleranza sorta nei confronti degli stranieri.
     Ancora  pi radicale fu l'isolamento a cui il Giappone, a partire
dal   secolo  diciassettesimo,  fu  sottoposto  dalla  propria  classe
dirigente.
     Impero  di  millenaria tradizione, influenzato  dalla  cultura  e
dalle   religioni   provenienti   dalla   Cina,   come   Buddismo    e
Confucianesimo, il Giappone, con il nome di Cipango, era  noto  grazie
alla descrizione tramandata da Marco
     
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     Polo  nel  Milione, i cui riferimenti alle favolose ricchezze  da
esso posseduto avevano ispirato la spedizione di Colombo.
     La  struttura politica giapponese si basava su un rigido  sistema
feudale,  nel quale l'imperatore (mikado) era affiancato da una  sorta
di  maestro di palazzo, lo shogun, che deteneva il potere effettivo  e
governava  su una miriade di signori locali semiindipendenti  (damyo).
Quest'ultimi  si appoggiavano militarmente su una classe specializzata
di  guerrieri,  i  samurai. Dalla Cina i giapponesi  avevano  appreso,
oltre   alla   cultura,   i   segreti  delle   attivit   artigianali;
particolarmente attivi erano i mercanti, i quali, tuttavia, secondo la
dottrina confuciana ispirata al misticismo ed alla conservazione delle
tradizioni,  occupavano  il posto pi basso nella  gerarchia  sociale.
Raggiunto  per  la  prima  volta  nel  1543  dai  portoghesi,  che  vi
impiantarono una proficua attivit commerciale, il Giappone fu oggetto
di  una successiva campagna di evangelizzazione, condotta con successo
dal   gesuita  Francesco  Saverio  grazie  alla  tolleranza  religiosa
inizialmente praticata nell'impero.
     Con  l'ascesa della dinastia dei Tokugawa alla carica di  shogun,
avvenuta  agli inizi del secolo diciassettesimo, all'anarchia  feudale
si  sostitu un regime autoritario, nel corso del quale, nel timore di
ribellioni  e  insubordinazioni, venne attuata una politica  chiusa  e
conservatrice, che sarebbe durata fino alla met dell'Ottocento.  Agli
europei,  considerati  portatori di cambiamento  e  di  disordine,  fu
vietato  l'accesso  al paese. Il Cristianesimo e i  missionari  furono
perseguitati e banditi dal suolo giapponese. Soltanto ad  una  colonia
di  mercanti olandesi, relegati e vigilati su un'isola nella  rada  di
Nagasaki,  fu  permesso  di  continuare l'attivit  commerciale.  Essi
pertanto  divennero per alcuni secoli l'unica porta  di  comunicazione
con il mondo occidentale.
